Se questa è inclusione…

Inclusione scolastica dei fanciulli con disabilità in zona rossa

di Simona Schiavone

Nell’ultimo DPCM l’Italia si presenta ancora una volta in zona rossa o arancione a seconda delle regioni. Se il racconto di questo periodo storico da un lato narra l’onorevole scopo di proteggere la nazione dalla diffusione del corona virus, di difendere la salute dei cittadini; dall’altra c’è la sensazione che sia proprio la salute fisica e mentale dei cittadini a risentirne. Principali vittime sono i bambini, bambine, ragazzi e ragazze in fase evolutiva che si vedono privati della possibilità di andare a scuola. Tutti tranne i ragazzi con disabilità, che possono accedere agli spazi scolastici.

Ma siamo sicuri che questo sia realmente un beneficio? Siamo sicuri che introdurre un bambino in un ambiente a lui familiare come la sua aula, priva di compagni possa realmente garantire un apprendimento significativo e aiutarlo emotivamente ad affrontare l’attuale periodo storico?

Lunga è stata la strada dell’inclusione scolastica per le persone con disabilità. Quattro le fasi storiche che hanno accompagnato questo percorso. Si è passati dall’esclusione, alla segregazione dei fanciulli in specifiche classi, passando per l’integrazione fino a raggiungere l’inclusione scolastica.  Nel 1994,  a conclusione della Conferenza mondiale dell’educazione e le esigenze speciali, l’UNESCO sanciva, attraverso la dichiarazione di Salamanca, il diritto all’educazione di tutti i bambini nel rispetto delle diversità di cui ognuno è portatore. I rappresentati dei 92 Paesi partecipanti alla conferenza esortavano i Governi nazionali a fare in modo che le persone con bisogni educativi speciali potessero accedere alle scuole normali, superando così il C.M. 11771/12 del 1953, che invece prevedeva scuole speciali per i minorati psico-fisici. La dichiarazione di Salamanca evidenziò come l’esigenza di integrare questi fanciulli nelle scuole normali potesse essere il modo più efficace per combattere i comportamenti discriminatori.  Questo accadeva nel 1994.

Oggi si parla tanto di scuola inclusiva come il tentativo di rispettare le necessità e le esigenze di tutti, progettando ed organizzando gli ambienti di apprendimento in modo da permettere a ciascuno di partecipare alla vita di classe ed all’apprendimento, nella maniera più attiva, autonoma ed utile possibile. I docenti progettano interventi educativi nel PEI[1] su base ICF (Classificazione internazionale del Funzionamento) in linea con un modello sociale della disabilità. Questo modello considera il funzionamento della persona dal punto di vista: biologico tenendo in considerazione le sue funzioni e strutture corporee; psicologico evidenziando quelle che sono le sue capacità, le attività personali che è in grado di fare da solo o durante una performance; per ultimo, ma non  ultima, la partecipazione sociale. Per agevolare un apprendimento, questi tre fattori bio-psico-sociali devono lavorare in sinergia al fine di garantire lo sviluppo armonico della persona. Il modello ICF evidenzia soprattutto l’importanza dell’ambiente educativo che talvolta, al variare delle circostanze, può trasformarsi in un facilitatore o in una barriera per l’apprendimento. L’ambiente scuola è uno dei luoghi dove queste tre componenti si possono sviluppare, e il gruppo classe da sempre è una preziosa risorsa per lo sviluppo dell’individuo. La risorsa compagni è molto spesso una chiave indispensabile per garantire un apprendimento significativo.

Tanta la letteratura che ha sottolineato l’importanza dell’integrazione tra pari per lo sviluppo integrato della persona: l’apprendimento per imitazione di Albert Bandura, il cooperative learning dell’educatore A. Bell, il metodo Montessori… sia per interiorizzare contenuti disciplinari che abilità prosociali, eppure oggi il DPCM permette a qualcuno di stare a casa e a qualcuno di andare a scuola. Se da un lato aiuta le famiglie, dall’altro amplifica le differenze.

Sarà interessante ascoltare gli esperti di settore in occasione della 13° edizione del Convegno Erickson dal titolo “La qualità dell’inclusione scolastica e sociale” previsto dal 12 al 13 novembre a Riccione. Sarà interessante fare il punto della situazione su questi temi.

Bruner ci ha insegnato che l’apprendimento avviene anche per scoperta, allora mi domando: cosa apprenderanno i ragazzi con disabilità nello scoprire che sono rimasti fisicamente soli a scuola? Cosa apprenderanno i ragazzi a casa nello scoprire che gli altri possono uscire e loro sono fisicamente soli davanti ad un pc? In questo momento l’unico luogo in cui il gruppo classe può riunirsi sembra essere quello della solitudine.

Se questa è inclusione…

 

[1] PEI : Il Piano educativo individualizzato è un documento previsto dalle leggi della Repubblica Italiana, al fine di programmare il piano educativo di un alunno diversamente abile, favorirne l’inclusione e promuoverne al massimo livello le sue potenzialità.

 

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