Osservazioni di uno psicoterapeuta in quarantena

di Andrea Fianco

Tutto passa da un rettangolo: uno schermo bidimensionale luminescente che mi mette in contatto con il mondo interiore delle persone che seguo nella mia professione di psicoterapeuta. Dalla stanza dello studio, fatta di odori, profumi, fotografie, dipinti, colori, sensazioni e tridimensionalità mi sono trovato a casa davanti ad un PC che gran parte del mondo altrui lo sguardo esclude. L’inquadratura, e già questo termine la dice lunga sul limite di questa modalità, stringe il campo di osservazione. Il primo piano consente di vedere solo il viso dell’altro, quando va bene si vede anche il busto ma il resto del corpo e lo sfondo restano ignoti. Le mani non ci sono, le gambe nemmeno. Manca la postura, la totalità del corpo nella sua interezza e dinamicità. Manca lo sguardo che da immediato e diretto diviene mediato e divergente. Il contatto visivo è assente. Tutta la concentrazione si condensa nell’attenzione visiva e uditiva. Faticoso e limitante. Le prime videosedute (ora le chiamano così) sono state difficili. Il tempo non passava e tutto sembrava focalizzarsi sullo scambio verbale e sul dialogo, come se venissero a mancare altri elementi somatici ed emozionali. Un senso di restrizione misto a stanchezza e confusione a cui si aggiungono le mie resistenze personali. Poi, nel tempo, seduta dopo seduta l’adattamento mi ha consentito di creare spazi creativi e nuove possibilità.

Ritrovarmi nell’incontro con l’altro mi ha rassicurato e confortato. Un sospiro di sollievo, in qualche modo funziona, anche qui, in terra digitale. La qualità dell’esperienza relazionale trova una sua armonizzazione e si sente che il processo si attiva e si realizza. In questo recinto così piatto e rimpicciolito si è comunque costituita una profondità. Esplorare il viso dell’altra persona così da vicino e sentire la voce così amplificata consente di cogliere dettagli preziosi, mai visti prima. Dettagli visibili solo se visti da questa distanza così vicina, in realtà. Paradossale ma è così. Il primo piano in studio non c’è, nel colloquio online invece sì. Tuttavia, non tutti hanno accettato queste onde di frequenza, alcuni hanno preferito aspettare a quando si potrà rivedersi in presenza.

I racconti dei pazienti in questa quarantena non sempre si sono focalizzati sull’emergenza sanitaria. Diciamo che la restrizione è stata per molti il contenimento necessario che ha dato voce e spazio al sé di emergere; emergenza appunto, in cui il senso etimologico si riferisce al sommerso che viene a galla. La sensibilità di alcuni si è fatta più raffinata e profonda come se il non poter andare fuori implicasse un non poter più evitare di andare dentro se stessi. Quindi all’emergenza è subentrata una certa “immergenza”. Qualcuno lo ha fatto andando nel passato, qualcuno analizzando il presente e altri orientandosi verso un futuro che si vorrebbe trasformare e cambiare. Un prendere atto e contatto con se stessi in una situazione che interrompe la normale interazione organismo ambiente per radicarla e ancorarla ad un tempo sospeso, incerto, confuso, alterato e appartenente ad una dimensione sconosciuta, quella che dal senso di onnipotenza narcisistica in cui tutto si può fare, ti fa precipitare improvvisamente ad un umile senso di impotenza in cui nulla si può controllare e in cui sopravvive solo che impara a stare.

Il punto sostanziale è proprio questo. Una società per decenni dopata da consumismo sfrenato, comodità accessorie, stili di vita usa e getta e autoreferenzialità spinta si è resa conto che una crepa, in questa enorme ampolla che ci avvolge, si è diffusa tutta attorno, rompendo quella sicurezza allucinatoria e mettendo tutti a contatto con madre natura. Dopo anni e anni di avvertimento la natura reagisce alla nostra arrogante colonizzazione. Abbiamo schiavizzato la madre terra succhiandole risorse e restituendole rifiuti di plastica, inquinamento atmosferico, allevamenti intensivi e altre forme di violenza. Sì, perché di questo si tratta. Violenza.

Abbiamo violato ecosistemi con l’unico scopo di ingigantire i nostri frigoriferi e le nostre pance in un continuo abuso che è poi sfociato in abitudine e dipendenza. Assuefatti a massacrare il nostro ambiente ci siamo resi insensibili e immuni a questo scempio. Non contenti abbiamo anche costretto popolazioni molto più armonizzate con la natura ad andarsene, a sparire o a diventare come noi per poter sopravvivere. Potremmo tranquillamente definirlo come un lento processo di auto-distruzione perché, come ci stiamo rendendo conto, senza natura e senza salute non c’è vita.
Quindi questo virulento scossone ci ha messo di fronte a ciò che siamo. Né più, né meno. Questa sintomatologia sociale e ambientale, esterna all’individuo, rappresenta un’opportunità per portare dentro di sé lo sguardo che può aiutarci a ridefinire le priorità. Nella sospensione e nell’incertezza l’unica cosa che rimane è guardarsi dentro e prendere contatto con le risorse interne che possono consolidare un buon autosostegno, una buona autonomia o ancora meglio una buona auto-dipendenza.

Nei colloqui di questi mesi ho pertanto accompagnato le persone a percorrere questi viaggi interiori fatti di paure, malinconie, ossessioni, sofferenze ma anche di sollievo, elaborazioni importanti, prese di consapevolezza e ristrutturazioni del proprio campo esistenziale. Risulta più difficile praticare l’intornismo (concetto gestaltico che esprime il girare intorno senza affrontare direttamente e autenticamente le questioni veramente importanti) di questi tempi. Qualcuno ha addirittura tratto giovamento da questo confinamento. Mi riferisco alle persone più socialmente ritirate, più ansiose e più ossessive che nella paura sono state più abituate a stare già da prima della pandemia e sentire che anche altri stavano in qualche modo in una condizione difficile portava una nota di piacere e soddisfazione. In effetti, le persone più abituate a lavorare su di sé, a stare in contatto con il proprio mondo interiore, ad accettare che a volte è bene fermarsi, sono dotate di risorse e strumenti che meglio si adattano ad un cambiamento. Al contrario, chi non è abituato ad esporsi al rischio di essere se stesso in un momento di difficoltà e crisi, può sentirsi perso poiché privato di quei riferimenti esterni rassicuranti che fino a quel momento lo hanno contenuto e al contempo distratto da se stesso. Per analogia potremmo pensare ad una forma di tossicodipendenza improvvisamente catapultata in un’astinenza forzata, dove oltre al craving sopraggiunge l’angoscia del vuoto. Chi invece il vuoto lo ha ascoltato e attraversato rendendolo fertile può essere più supportato e preparato al cambiamento. Infatti, succede che alcuni hanno proprio iniziato il loro percorso di psicoterapia in questo momento come se lo scossone avesse fatto da detonatore,  come se non sapessero come fronteggiare questa sospensione dal mondo e questa improvvisa introspezione poco esplorata in passato.

Ho pensato spesso in questo periodo a come potrebbe essere l’esperienza di chi si è trovato chiuso in una cella per giorni, mesi o addirittura anni senza stimoli esterni, dispositivi tecnologici o altre distrazioni che aiutassero a stare nella solitudine e nell’isolamento. Come può un essere umano stare in quella condizione per tutto quel tempo mantenendo un minimo di lucidità mentale e speranza? Quali pensieri, quali paure, quali immagini lo possono invadere in quell’isolamento forzato? Al pensiero sale un senso di angoscia e di irrequietezza a cui però si affianca un senso di ammirazione per chi ha attraversato questa esperienza, trovando soluzioni in ogni qui e ora che susseguendosi ha portato, quando è andata bene, alla liberazione. E immagino anche quel momento, quell’uscita, quell’attimo in cui al ciglio della porta che conduce alla libertà la luce irrompe penetrando le palpebre e inducendo a sentimenti forse contrastanti fatti di paura di questo abbaglio e voglia di luce e spazi aperti. Vedo il disorientamento e il doversi ancora una volta adattare ad un altro cambiamento. Dal ritiro al contatto il passo è breve ma molto difficile da sostenere. Sento quindi che il mio ruolo consiste nell’accompagnare le persone ad attraversare questo passaggio.

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