Riflessioni di un Educatore

di Andrea Angeli

Se penso alla scuola alcuni pensieri e immagini rimangono indelebili nei miei ricordi: la contrarietà a stare seduto al primo banco si contrapponeva alla felicità di stare nell’ultima fila; il suono della campanella che permetteva un’uscita, quasi un’esplosione in corridoio; le supplenze; i primi scioperi; il fermento delle poche manifestazioni, di cui si parlava per anni, come una sorta di dinamicità contro la staticità delle lezioni e dei voti. Sono entrato lo scorso settembre, per motivi professionali, in quella che era la mia scuola superiore: i grandi corridoi, qualche modifica al piano terra e salendo le ampie scale mi tuffavo nel passato e ho trovato tutto uguale ad allora. Ho pensato a quanto l’esterno fosse cambiato, alle differenze tra gli anni 80/90 rispetto ad ora, al fermento che migliaia di alunni hanno portato dentro questo edificio nel corso del tempo, alla vivacità che si respirava allora come oggi, alla velocità delle informazioni e alla connettività odierna. Tutti questi pensieri veloci sui cambiamenti dei tempi stridevano con questo luogo che mi pareva rimasto quasi immutato. Come può non avere avuto un impatto quello che è accaduto in trent’anni fuori da queste mura con l’ambiente scolastico? Con l’aria che si respira?

Ciò che accade fuori dall’ambiente scolastico dovrebbe per forza impattare i luoghi deputati al sapere per eccellenza e in maniera bi-direzionale: l’effervescenza del contesto sociale e territoriale dovrebbe entrare dentro le classi. La sensazione di staticità provata entrando nella “mia scuola”, un’agenzia educativa insieme a quella familiare, mi ha posto davanti un quadro diviso in due, una parte statica e una in un movimento continuo. Con un linguaggio in evoluzione che si scontra con modelli differenti.

Un’ architettura non in grado di includere il cambiamento e integrarsi. Provo a pensare come le istituzioni e le varie organizzazioni, almeno quelle che “pesano”, trattano, considerano e si occupano dell’educazione, intendano quest’ultima come un sistema che prova a vendere se stessa nella forma di un’idea di processo che permette una crescita atta a migliorare la vita. La politica programma interventi che mirano verso una comunità di individui in relazione tra loro, ma di fatto crea, nella parte operativa e nell’investitura delle cariche direttive (e dei loro programmi) il fallimento del processo stesso. Tanti progetti poco collegati tra loro, tanti soldi, tante persone impegnate e come risultato abbiamo un aumento della dispersione scolastica, problemi di ansia, depressione, violenza e problemi alimentari nella fase adolescenziale, tutto in costante aumento.

Manca una partecipazione attiva e coordinata. Soprattutto manca un progetto partecipato tra chi opera sul campo e il mondo politico, le istituzioni che programmano le riforme o decidono gli interventi. Non c’è una pianificazione sistemica ed organica, ci sono solo interventi spot, estemporanei all’emergenza.

Per quanto mi è possibile capire (non sono sociologo, economista o molto altro) la fase del capitalismo neoliberista contemporaneo rispecchia quello che Federic Beigbeder definisce “… decidono oggi quello che desidereremo domani che non potremmo mai ottenere, inquina il mondo con spot e bugie…vi fa sognare quello che non avrete mai…vi droga di novità e la novità non resta mai nuova, soprattutto non desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma”. Oggi il sistema capitalista contemporaneo mette in atto delle politiche per tentare di arginare alcune difficoltà educative con interventi che parlano d’integrazione, inclusione e dispersione scolastica. L’operatività di questi interventi e la loro progettualità fanno pensare a interventi superficiali, quasi degli specchietti per allodole come si diceva un tempo, e mi ricordano le iniziative a sostegno della fame nel mondo che ho potuto vedere “dal vivo” nei luoghi dove la fame prendeva forme concrete. Sia chiaro che l’esperienza “morire di fame” per me rimane un concetto, una frase che non ha spazio nella realtà della mia vita. La fame l’ho vista solo in alcuni viaggi: Guatemala, Nicaragua e Ladahk. In alcuni progetti umanitari venivano anche dati degli aiuti finanziari volti al miglioramento della povertà che restavano fini a se stessi. Ne è un esempio il comprare ambulanze ma non avere pezzi di ricambio a disposizione, con la conseguenza che dopo un po’ erano ferme in mezzo ai campi; in alcuni contesti è stata data la possibilità di migliorare la produzione ma non la fase di stoccaggio e conservazione, con la conseguente perdita di prodotto per avaria etc…Così come oggi ci sono interventi spot ed estemporanei sull’educazione, con riforme che peggiorano il sistema invece che riformarlo. Errori se ne fanno lavorando e, questo è chiaro, lavorare nei luoghi dove la povertà è concreta e nell’ambito dell’educazione è difficile. Ma il permesso di speculare sulle merci, sulle sementi, sulla pelle delle popolazioni da un lato e gli incontri, che a livello internazionale si realizzano per alleviare la fame del mondo dall’altro, mi lasciano perplesso. Sono consapevole della mia totale ignoranza in merito alle politiche internazionali ed economiche, però assisto a una pianificazione perversa per impoverire ancor di più quello che già è povero. E i numeri lo dimostrano.

Torniamo all’educazione. Utopia?

La crisi dell’economia, della civiltà, dell’ecologia si riflette e crea il problema dell’educazione. Gli educatori sono formati per svolgere un lavoro che non risolve quello che questo sistema crea (guerre, disastri ambientali). Di fronte a questo modello di ingiustizia sociale in cui, anche oggi, viviamo la drammaticità di una pandemia,  i grandi gruppi delle multinazionali crescono con cifre a 9 zeri. Come è possibile che in una società convivano questi risultati di performance economica e dall’altra i morti? La disperazione, le chiusure delle attività economiche, un malessere sociale palpabile in costante aumento, la cronica mancanza di risorse in certi settori. Ribadisco il mio non essere economista e non capire il meccanismo dei mercati, mi domando solo se questo modello è autonomo e si muove con un ‘identità propria o dietro ci sono uomini, volti, una pianificazione perversa, dei nomi (o delle patologie da curare)? L’unica possibilità è che nascano persone con obiettivi diversi; che diventino esseri umani prima di diventare manager, dottori, politici e via dicendo. Un cambiamento direzionale può avvenire solo mediante un processo educativo inteso come un accompagnamento verso una nuova visione e la costruzione di un nuovo modo di agire. Un’educazione che non pensi solo a inserire dati come accade adesso o dove si impara per avere successo, e dove vivere non ha a che fare con la spinta della vita stessa. Con questa modalità muoiono i valori, gli ideali e spesso il senso del vivere, che porta alle forme sopra accennate di disturbi alimentari, comportamentali e oggi più che mai ai suicidi. Necessitiamo di un’educazione che abbia a che fare con la spinta della vita stessa e il senso del vivere. Oggi l’educazione ci fa ubbidienti e ricettivi solo per adattarsi a una società malata. L’UNESCO parla di imparare ad essere, nel campo dell’educazione, per essere un uomo, una donna, una comunità. Il grande vuoto interiore, che questa società volontariamente crea, permette agli esseri umani di non essere e tollerare, questa voracità distruttiva. C’è poca creatività (poca vitalità) e molta attenzione all’obbligo del programma che mantiene questa “tolleranza” al sistema malato, quindi “si riproduce un educazione che mantiene la malattia spacciandola come rimedio” (Claudio Naranjo).

Pensiamo a possibilità concrete , come al teatro nelle scuole, non nell’ottica del laboratorio esterno (fallimentari perché poco incisivi e atti a distogliere il problema più che ad affrontarlo), ma integrandolo all’interno del percorso. Ciò potrebbe sviluppare la capacità di metterci nei panni dell’altro, diminuendo molti dei problemi attuali di bullismo nelle scuole, costruendo così le basi di una comunità. Riporto uno stralcio dell’articolo di Renata Puleo, in merito al libro di Caparròs “La Fame”, che consiglio di leggere per il testo pulito e la chiarezza utilizzata nel trasmettere a chi, come il sottoscritto, parla di fame nel mondo sempre a stomaco pieno. Leggendo le pagine del libro vedo quanto l’educazione attuale permetta tutto questo: la distrazione della coscienza e un sentimento di impotenza che paralizza e fa tutti più evitanti. Il testo citato mostra il lato osceno anche dell’aiuto umanitario, della carità offerta sotto vesti laiche dalle organizzazioni non governative, dagli stati che dedicano una parte (sempre più scarsa!) dei loro PIL agli affamati e, in forma religioso-soccorrevole, dalle diverse chiese. Non c’è un coordinamento, una visone globale del problemi, ma solo azioni a spot che non ristrutturano e che puntellano momentaneamente in attesa del crollo. Il testo parla di neoliberismo come volto odierno del capitalismo. La scuola occupa un posto centrale come luogo di elaborazione della complessa strategia neoliberista. La riforma scolastica, operata con l’emanazione della Legge 13 luglio 2015 n.107, costituisce una misura di accompagnamento sovrastrutturale a un più vasto progetto di ingegneria sociale, la cui intenzione è disegnare un nuovo soggetto umano e dunque politico. Concetti come amore, amicizia, solidarietà e compassione hanno perso il loro senso più profondo, trasformando l’uomo in una macchina da lavoro e consumo. E la Natura in uno strumento di produzione, eliminando la relazione tra i due. Viene considerato valido nella società e nella scuola, solo chi è un vincitore, chi ha successo, chi si adatta al più opaco opportunismo e al materialismo. Personalmente mi sento disorientato quando penso al tema dell’educazione, al mio ruolo educativo come adulto e come professionista che dovrebbe accompagnare sia chi educa sia i giovani. Sento la paura e la minaccia che aleggia nell’uscire dagli schemi, e l’essere messo fuori gioco se ti poni contro la prova invalsi, contro alcuni modi di fare diagnosi, ed il loro utilizzo. Osservo il processo di omologazione e l’incremento di violenza che questo sistema malato produce quotidianamente. Per sostenere un’ideologia economica capace di modificare in profondità mentalità, aspirazioni, stili di vita, l’idea di uomo e di consorzio umano, bisogna mettere mano ai luoghi e alle forme della trasmissione culturale. I modelli di vita veicolati dai media agiscono in modo trasversale ed implicito; quelli propri delle istituzioni deputate all’educazione e alla formazione lo fanno esplicitamente, operando direttamente sulle coscienze giovanili. Concetti come merito, meritocrazia, competenza, pari opportunità, ottimismo giovanilistico sono ibridati dal gergo economico e sportivo che ha contaminato la scuola. Non so quanto sia diffusa fra i docenti e fra i responsabili della funzione genitoriale la consapevolezza del profondo legame tra la cornice neoliberista e il processo di riforma in atto nella scuola. L’analisi dei cambiamenti intervenuti in modo subdolo e contraddittorio dal 1999, con il ruolo di perno dell’autonomia scolastica nella progressiva esplicitazione di questo disegno, si è mantenuta intatta in tutte le legislature susseguitesi dalla sua emanazione e rimane spesso priva di rilievo. Malgrado tutto, i mutamenti in atto sono ancora governabili: c’è spazio per una sorta di indipendenza della scuola dalla deriva complessiva, perché fatta di uomini e donne e non ancora data (totalmente) in appalto a internet 4.0. E’ stata introdotta la materia di educazione civica all’interno del programma scolastico, iniziativa a cui sono favorevole. Però chi la insegnerà? Come? Quali contenuti? Quali gli esempi? Quale finalità?.

Il posto della scuola nel mondo di oggi sembra assumere il compito di strumento per la rassegnazione, per l’autopunizione (se sono povero è colpa mia, se ho una diagnosi non c’è molto da fare) aumentando l’impotenza dettata dal sentirsi soli negli insegnanti, nei genitori e soprattutto nei giovani. La risposta a tutto questo è una società educante, coinvolta e partecipe alla costruzione di essere umani consapevoli che diverranno professionisti solo dopo essere stati sostenuti a sviluppare le competenze umane, esistenziali, sociali. Se lo si fa in comunità, e in gruppo l’occasione è straordinaria. La scuola serve per poter tirar fuori quello che sono io, ma allo stesso tempo di confrontare quello che io ho dentro con quello che hanno dentro gli altri con cui convivo. Alla base vi è l’idea che la cultura sia relazione. Costruire conoscenza e costruire comunità in questa idea di scuola vanno insieme e sono profondamente intrecciate. Fondamentali sono l’ascolto e la possibilità dell’alunno di sentirsi importante e di dare dignità alla propria creatività. Interdisciplinarietà come esigenza di unire la tradizionale separazione tra le discipline che non comunicano tra loro. Queste s’ignorano e frantumano in tal modo il mondo e la realtà che la mente intende conoscere nella sua interezza.

La scuola è forse l’unico e ultimo posto disponibile dove è possibile concedere ai giovani un confronto reale. Un posto dove è possibile sviluppare un pensiero critico, un luogo dove poter assaporare e esercitare qualche forma di democrazia. Spesso non è un luogo ottimale per l’autorità che vi s’incontra, per la sua architettura ma è anche palestra di relazioni, rete di saperi, luoghi di incontro. C’è un movimento di insegnati che pensano alla loro professione come un luogo di ricerca e sperimentano cooperando. Credono nella comunità e quindi sono come un enzima fondamentale per il rinnovamento della scuola. E’ un piccolo movimento, sono qualche migliaio di insegnanti, però ha avuto un’influenza culturale molto importante. Oggi purtroppo ancora poca formazione si ispira a questi principi, perché gli insegnanti che la chiedono sono divisi e con poca forza per ottenerla. Il momento attuale ha reso ancora più urgente uno sforzo collettivo da parte degli attori del processo educativo: insegnanti, educatori, psicologi. E’ necessario fare un passo oltre le divisioni di ruolo e iniziare a fare gruppo per indicare una nuova proposta di educazione, più umana e completa, che parli di dimensione istintiva (cosa sento), emozionale, cognitiva e spirituale. I drammi umani sotto gli occhi di tutti chiedono un cambio di passo. Un’alleanza tra adulti che per primi si mettano in gioco e che abbiano svolto un processo di consapevolezza nella direzione di un cambio sociale, che diminuisca questo malessere crescente. La direzione è verso il gusto della vita che non ha bisogno di orpelli (presi a rate…) che suppliscano alla mancanza del senso di vivere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Chiuso

lknxf

[wpgmza id="1"]
[contact-form-7 404 "Non trovato"]