Buddisti in carcere

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Lavorando con persone detenute – LPP Liberation Prison Project

di Rossana Pavoni Gallo

Una usanza tribale africana dice che quando uno fa un atto dannoso o sbagliato si porta al centro del villaggio e l’intera tribù lo circonda. Per due giorni gli raccontano le cose buone che ha fatto. Credono che ogni essere umano nasca buono, augurando sicurezza, amore, pace e felicità. In questa ricerca le persone commettono errori che son visti dalla comunità come un grido di aiuto. Quindi si uniscono per ricollegarlo con chi è veramente, finché possa ricordare la verità da cui si era temporaneamente disconnesso: “Io sono buono”.
Anche secondo il Dalai Lama, se una persona commette un errore non dovrebbe essere allontanata ma abbracciata.
Questa pratica non appartiene a noi occidentali. Difatti il sistema giudiziario stabilisce le pene per chi commette dei reati e il sistema penitenziario si occupa di implementare la detenzione. Una volta dentro, gran parte della società cerca di scordarsi di loro. Il carcere è un luogo spesso dimenticato dove vengono rinchiusi i pericolosi, come il manicomio di alcuni decenni fa, per sorvegliare e punire, nel linguaggio di Foucault. Spazi dove l’immaginario collettivo mette i diversi e i mostri, verso coloro di cui si è curiosi e a volte morbosamente affascinati. Ma in carcere non ci sono i cattivi senza speranza da rinchiudere buttando via la chiave. Come in ogni contesto sociale, ci sono personalità più o meno evolute e altre molto disadattate e disturbate, non sempre recuperabili. Ci sono anche individui consapevoli dei disagi e sofferenze provocati dal loro crimine, che hanno commesso errori, ma che non sono quell’errore. Non possiamo identificarci solo con il nostro comportamento, ognuno è altro e oltre l’azione commessa. Non esiste un omicida o uno stupratore, ma persone che hanno commesso omicidio o stupro (1). Entrare nella disidentificazione comporta consapevolezza, possibilità e opportunità, se invece non c’è questa possibilità di scelta, allora diviene patologia, fissazione, coazione, inconsapevolezza.
Dal 1975 in Italia la pena trattamentale-rieducativa ha sostituito la modalità esecutiva della pena detentiva. A differenza dal precedente modello storico, la persona detenuta non è più da punire ma da riabilitare. E’ necessario esaminare le cause del disadattamento per strutturare un trattamento penitenziario adeguato al recupero e successivo reinserimento nella società. Questo modello di pena richiede alla persona detenuta di impegnarsi in un lavoro su se stesso, frequentando percorsi riabilitativi in cambio di benefici offerti dal sistema carcerario. Questo è finalizzato alla diminuzione della recidiva oltre che per l’elevato costo sociale che comporta.
In questo contesto si inserisce la proposta integrativa di lavoro psicologico con l’utilizzo della meditazione del progetto Liberation Prison Project (LPP). Ci racconta Lara Gatto in questa intervista, accompagnata da Maria Vaghi, mindfullness counsellor e operatrice LPP a Milano-Bollate.
Simpatica, schietta, pragmatica e coinvolgente, Lara Gatto è Coordinatrice Nazionale dei Centri Buddhisti Italiani affiliati a FPMT (2) International e Presidente di Liberation Prison Project LPP in Italia. Attraverso un team professionale che interfaccia con competenze giuridico-penitenziario anche con altre Associazioni.

Come approdi a questo progetto e come hai deciso di occupartene qui in Italia?
Da circa 12 anni coordino i Centri italiani di FPMT, che ha sede negli Stati Uniti e conta 160 centri nel mondo. È stata fondata da Lama Thubten Yeshe (3) che ha iniziato a incontrare molti occidentali dagli anni ’60. Era molto interessato a relazionarsi con una cultura a lui sconosciuta. Voleva comprendere il modo più efficace per fornire strumenti utili per affrontare i disagi e le sofferenze mentali a cui tutti siamo soggetti. L’Associazione riconosce l’autorità spirituale del XIV Dalai Lama e trae ispirazione dagli insegnamenti di Lama Thubten Yeshe e Lama Zopa Rinpoce (4). Organizzavo le visite dei Maestri Spirituali nei Centri italiani che 10 anni fa hanno iniziato a fare visita presso le carceri su invito di un gruppo che cercava di portare in Italia il progetto avviato da Robina Courtin negli Stati Uniti. Ammetto che mi era difficile comprendere il motivo per così tanto impegno in aiutare persone che avevano commesso ogni genere di reato. Ho accettato l’invito di partecipare all’insegnamento di uno dei Maestri in carcere. Era la prima volta che entravo in un carcere italiano. In gioventù avevo visitato diversi riformatori giovanili indiani nell’ambito di un progetto umanitario, per fornire ai ragazzi la sussistenza minima. Inoltre, occupandomi in quel momento di una casa di produzione video, avevo seguito la produzione di un documentario in Burundi su una giovane donna rea di un infanticidio a cui era stato concesso un permesso per fare visita ai figli, di cui un bebè nato in carcere a seguito di un abuso. Durante il lungo percorso a piedi nella giungla, osservavo con attenzione la detenuta scortata dalle guardie armate. Era impossibile comunicare per la lingua, e nonostante tutto vedevo solo una giovane donna. E’ passato tanto tempo ma ricordo profondamente il nostro lungo abbraccio prima che lei rientrasse nell’inferno. Vi lascio solo immaginare la situazione carceraria in un paese africano.
Dunque il Progetto mi incuriosì molto. Ero impressionata dai volontari che ogni settimana si dedicavano a incontrare persone detenute per motivarle nell’attuare un cambiamento nella propria disposizione mentale, emotiva e comportamentale, così da trasformare il periodo di detenzione in un’opportunità. Ho deciso di aiutarli. Da lì è partito il mio impegno in questo progetto.


Come definiresti questo lavoro e perché è importante portarlo avanti? Qual’è la vostra proposta?
Lo vedo come un’espressione della compassione in azione. Credo che il mondo abbia bisogno di eserciti di guerrieri di compassione. La nostra proposta si concretizza con incontri di gruppo e individuali, con interventi centrati sulle necessità discusse con l’educatore, con percorsi di consapevolezza ispirati agli insegnamenti del Buddha in modo laico integrati con la psicologia occidentale. Gli operatori sono il fulcro, che con pazienza, formazione e pratica personale permanente portano il loro impegno per niente facile. Ognuno si relaziona non solo con la persona detenuta e con ciò che porta, ma anche con l’attitudine personale e inte-riore di come ci si sente di fronte a certe situazioni. I nostri operatori non vanno in carcere a dare informazioni e a spiegare cose, ma portano per intero loro stessi, la loro professionalità e il loro cuore. Attraverso la loro lucidità e la continua attenzione ad ogni aspetto tecnico offrono una presenza empatica ed accogliente che permette a chi li incontra di aprirsi e rendersi disponibili a lavorare su di sé. Per questo è fondamentale fornire agli operatori gli strumenti per affrontare con serenità questo impegno. Altre figure importanti sono quindi i formatori. Abbiamo un programma da seguire per diventare un operatore di LPP, in modo da comprendere meglio se entrare in carcere sia effettivamente quello che uno immagina. L’impegno è fornire una buona formazione basata su elementi di Filosofia Buddhista, Psicologia Penitenziaria ed Equilibrio Emotivo (CEB) (5). Fondamentale è fare un accurato tirocinio (6), mantenere una buona supervisione per confrontarsi durante le relazioni di aiuto e garantire un compenso per il tempo dedicato. L’esperienza ci dice che non è possibile pretendere una continuità di impegno come questo solo volontariamente. Comunque tutti hanno pregresse professionalità nell’ambito della relazione d’aiuto e svolgono una parte della loro attività in forma di volontariato. C’è anche il contributo e presenza di persone ora in libertà che hanno seguito il percorso in carcere. Poi naturalmente il Sangha: monaci e monache che tengono percorsi presso gli Istituti penitenziari e sono un riferimento dal punto di vista del Dharma, così come i Maestri, incluso il Dalai Lama, che hanno molto a cuore il Progetto. Entriamo in una relazione diretta con le persone detenute e, indirettamente, con le loro vittime.

Può considerarsi controverso visto che spesso una parte della società tende a voler dimenticare chi è dietro le sbarre scontando pene?
In Italia la Costituzione con l’art. 27 (7) sancisce la pena di tipo riabilitativo e non punitivo. In LPP ci riconosciamo in questo dettato costituzionale e pensiamo che sia a favore della società stessa. Se una persona trova uno spazio per iniziare una riabilitazione nel carcere è, in un certo senso, a favore di tutta la comunità. Dovrebbe essere auspicio di tutti che chi è stato detenuto possa tornare libero avendo lavorato sulla propria trasformazione. Auspicabilmente questo aspetto può collegarsi alla riduzione delle recidive.


Si deve intendere la vostra come proposta “religiosa” o “di fede”? Noi mettiamo a disposizione gli strumenti della psicologia buddhista in una modalità assolutamente laica. Lo scopo è quello di far riscoprire alle persone il proprio potenziale che è innato in ogni essere umano.


Come vedete dal vostro osservatorio la situazione carceraria in Italia? E’ profondamente diversa in ogni città e anche le proposte sono variabili. Oltre a percorsi educativi, alcune propongono delle attività che auspicabilmente potrebbero generare una professionalità spendibile dopo la detenzione. In altre le possibilità sono ridotte e apatia e noia rischiano di creare il clima ideale per la proliferazione delle afflizioni mentali. Credo sia un bene portare attività utili per poter rendersene conto in concreto che ci sono altri modi per affrontare il quotidiano, sia come riflessione personale che con attività pratiche.
E’ doveroso ricordare anche lo stress vissuto dal personale interno, agenti ed educatori, che in certi casi complessi porta a disagi profondi da condurre la persona sofferente a estreme conseguenze.


Dove siete presenti? Come è stato il vostro lavoro durante il lockdown?
Negli ultimi 10 anni siamo stati in vari Istituti. Prima del lockdown eravamo a Milano-Bollate, Pavia, Lodi e Livorno. Avevamo svolto esperienze anche a Treviso, La Gorgona e Pisa. Eravamo in procinto di attivarci in cinque nuove città e ci auguriamo di riprendere i contatti appena possibile. Dalla scorsa primavera c’è stata la quasi totale sospensione delle attività per l’emergenza sanitaria, poichè è stato vietato l’accesso ai carceri. Con alcuni detenuti siamo rimasti in contatto tramite mail, ed abbiamo pensato di supportarli meglio attraverso il sostegno alle loro famiglie. Nella fase di semi-lockdown siamo stati riautorizzati, ma i gruppi si sono ridotti a cinque persone. Alcuni prossimi alla fine pena hanno ottenuto uno sconto e sono stati rilasciati. Diversi ci hanno contattato per ringraziare del beneficio ricevuto e per continuare la relazione di sostegno. Molti sono terrorizzati all’idea di incontrarsi in gruppo temendo di contagiarsi e non essere seguiti adeguatamente, visto i posti in terapia intensiva sono limitati non sarebbero tra i primi “da salvare”.


Cosa intendete come riabilitazione, rieducazione e reinserimento?
Il processo di riabilitazione è articolato e passa per il riconoscimento del reato e in alcuni casi può essere approfondito attraverso percorsi specifici di revisione con professionisti dedicati. Il nostro impegno rappresenta una sorta di preparazione del terreno dove far attecchire i semi della rieducazione. Da sottolineare come sia vincente il lavoro di squadra, la rete che si costruisce tra educatori (8) , agenti, esperti, associazioni, ecc. Noi diamo il nostro contributo con il lavoro di consapevolezza e la possibilità di avvicinarsi allo studio della mente con l’approccio psicologico penitenziario, la filosofia buddhista e le tecniche del CEB.
In Italia il tasso di recidiva è ancora altissimo, si avvicina al 70%. Questa percentuale mi fa venire i brividi e nello stesso tempo mi motiva a un sempre maggiore impegno.


Case circondariali (CR) o di reclusione (CR)? Carceri femminili, maschili o minorili?
Siamo dove emerge un bisogno. Nelle case di reclusione le persone hanno ricevuto il giudizio definitivo con pene superiori a 5 anni. Nelle case circondariali c’è chi è ancora in attesa del giudizio definitivo o con pene inferiori ai 5 anni. Un contesto anziché un altro comporta un adattamento del progetto: insieme agli educatori di riferimento si fa una valutazione dei bisogni. A volte si predilige una CR per i percorsi con approfondimenti maggiori; la consapevolezza è un lavoro profondo, che può essere il lavoro della vita. Al momento siamo in reparti maschili anche perché sono molti di più; le donne detenute sono circa il 4% del totale e in passato abbiamo potuto lavorare con loro. Ora ci orientiamo verso l’area minorile dove queste tematiche possono essere molto fruttuose.

I partecipanti vengono scelti oppure possono aderire liberamente tra le proposte del carcere?
Spesso fanno richiesta con il passaparola o perché vedono chi “sta meglio” e sono incuriositi. In molti casi l’educatore suggerisce la partecipazione individuando un contesto utile di riflessione e approfondimento. Ad ogni modo, prima dell’inserimento si svolgono colloqui conoscitivi con l’operatore, non per ammettere o escludere, ma per dettagliare di cosa si tratta e vedere insieme se effettivamente può essere un percorso di interesse e utile in quel momento. La consapevolezza premette la capacità di potersi orientare sul piano della realtà attraverso un’attitudine cognitiva ed emotiva. Chi si trova in uno stato emotivo contingente troppo fragile potrebbe avvertire nel gruppo una sfida eccessiva. L’idea è di avere un’opportunità diversa di guardare verso di sé e allo stesso tempo il rapporto con gli altri. Il conduttore gestisce il gruppo, ma ognuno si misura di continuo con il proprio sentire in relazione agli altri.


Lavorate in tutti i reparti dentro gli istituti?
LPP non pone filtri per operare in un reparto anziché in un altro. A seconda del carcere si attivano gruppi da diversi reparti o di solo uno. Ad esempio, a Milano-Bollate operiamo in reparti diversi ma i gruppi sono dello stesso reparto, mentre a Lodi no. E poi, il lavoro è collegato all’interazione con tutto il personale: educatori, polizia penitenziaria, direzione, altre associazioni. È un gioco di squadra.


C’è una persona detenuta “tipo” interessata a questa proposta oppure l’interesse è trasversale?
Riscontriamo partecipazioni trasversali dal punto di vista dell’età, dai 23 fino ai 70 anni, non è nemmeno un parametro le pene da scontare, né le tipologie dei reati, anche perché non ci occupiamo di revisione del reato specifico. E’ importante l’interesse personale e la disponibilità verso i temi proposti. Non sono percorsi da speculazione intellettuale, si parla certo, ma si sta molto sulla pratica, sul sentire e sulla propria sensibilità.


Quali sono i risultati ottenuti?
Chi partecipa valuta il percorso non solo per le due ore insieme settimanali, ma per l’occasione di focalizzare alcuni aspetti, come un fermo immagine, per continuare a lavorarci in autonomia durante la settimana. Con piccoli passi si portano spunti di consapevolezza nella concretezza delle giornate, soprattutto nei momenti di maggiore tensione. Accorgersi di avere il respiro bloccato in un momento difficile significa richiamare alla mente un livello di presenza sul respiro e le sensazioni nel corpo. Questo rappresenta, a lungo termine, la strutturazione di nuovi sentieri di coscienza di sé fondamentali per un lavoro interiore. Questi temi hanno bisogno di sedimentare e vengono confermate nelle testimonianze: “sai, in quell’occasione mi sono reso con-to che…”, be’ quel mi sono reso conto che… è questo per noi IL risultato.


Da cosa dipende la continuità del progetto? Oggi è grazie all’aggiudicazione di fondi su bandi per progetti umanitari promossi dall’Unione Buddhista Italiana. Riceviamo anche contributi da parte di sponsor privati, anche se è piuttosto difficile che le persone decidano di sostenere progetti a favore di pregiudicati.
Come viene considerata questa esperienza nel contesto nazionale? Rispondo con le parole della ex-direttrice del Carcere di Bollate: “Un Progetto come questo dovrebbe essere diffuso a tappeto su tutte le carceri”.


Quale diresti che è il valore aggiunto di questo progetto anziché un altro? Cerchiamo di riscoprire un’umanità che è andata persa e dipende dalla nostra responsabilità. Questo progetto si integra e genera un plus in qualsiasi proposta a favore delle persone detenute: programmi di studio, formazione lavoro, riconciliazione familiare. “E’ possibile scegliere con consapevolezza e responsabilità, con una mente libera. Si può scegliere di proseguire a delinquere o di lavorare su di sé per uscire da schemi e copioni, laddove le risorse interiori lo possono permettere; uscire da un senso di colpa involutivo per accostare stati sempre più maturi di consapevolezza, lavorando sul rimorso, sulla responsabilità, sul perdono, sulla compassione, sulla trasformazione delle emozioni distruttive, sulle risorse residue” (9) . L’obiettivo è fornire strumenti che possano alleviare la sofferenza della vita detentiva, rendendo questo periodo un’opportunità di cambiamento vero piuttosto che una condanna. Lama Monlam, in una visita a Bollate ha detto “Beati voi che avete tutte le condizioni per poter praticare”.
Se ci pensi bene, la prigione vera è dentro alla nostra mente… e per questo che ci sono molti più prigionieri che detenuti.

1- Dal libro “Maestri in Carcere”, ed. LPP – Dott.ssa Carla Sacchi, Psicoterapeuta

2- Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana

3- Rifugiato in India a seguito dell’invasione cinese dal Tibet.

4- Attuale direttore spirituale

5 – CEB – Cultivating Emotional Balance, di Paul Ekman e Alan Wallace.

6 – Chi supera il corso viene iscritto nell’albo interno degli Operatori certificati.

7- Art. 27 Costituzione italiana. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

8 – Che sono il primo riferimento per la persona detenuta e gestiscono tutto il percorso nel carcere.

9- Dott.ssa Grazia Sacchi, psicoterapeuta, dal libro “Maestri in Carcere”.

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