Perché la pandemia (non) è una guerra?

di Marco Bagli

            Nel Novembre del 2020 il governo tedesco ha rilasciato un video promozionale[1] per incoraggiare i cittadini a rispettare le misure di sicurezza e di distanziamento fisico attuate per limitare i contagi durante la pandemia causata dal nuovo Coronavirus. Nel video, un anziano signore ricorda e racconta la sua gioventù, in cui fu chiamato alle armi per salvare la sua Nazione. Solo alla fine del breve video capiamo che in realtà il tempo della narrazione è nel futuro, e quello del ricordo corrisponde al 2020: l’uomo dello spot racconta di come ha salvato la propria nazione stando a casa, facendo niente, absolut gar nichts, come ricorda il video. Il giovane ragazzo è rappresentato disteso sul divano della sua abitazione, di fronte alla televisione, con il riflesso di esplosioni nei suoi grandi occhiali. L’invocazione agli eroi diventa evidente alla fine del video: “è così che diventammo degli eroi in quell’inverno del coronavirus del 2020”.

            La pubblicità del governo tedesco e la concettualizzazione della pandemia come una guerra non è un caso isolato. A luglio del 2020, l’Università di Salonicco ha organizzato un seminario virtuale in cui linguisti di diverse nazionalità si sono confrontati sulle rappresentazioni metaforiche del coronavirus[2]. La metafora della guerra è stata riportata da tutte e da tutti i presenti: dalla Croazia alla Georgia, dalla Grecia alla Spagna. Di fronte a questo uso diffuso del lessico bellico, due linguiste spagnole (Inés Olza e Paula-Pérez Sobrino) hanno lanciato su Twitter l’hashtag #ReframeCovid, con l’intento di raccogliere e classificare metafore alternative a quelle della guerra per parlare del Coronavirus. In pochissimo tempo, dall’hashtag è nato un progetto collaborativo e open access che ha raccolto centinaia di concettualizzazioni diverse, a cui chiunque può partecipare e da cui chiunque può estrapolare dati[3]. Lo trovate qui, con numerosi esempi in molte lingue, oltre che in italiano.

            Perché il lessico della guerra è così diffuso per parlare della pandemia che stiamo vivendo? E quali sono i rischi di utilizzare questo linguaggio? A marzo del 2020, quando la pandemia è entrata a far parte della nostra esperienza reale, sono usciti numerosi articoli in giornali e blog che denunciavano questo ricorso smodato alla metafora della guerra. A distanza di un anno il dibattitto sull’adeguatezza di questa metafora sembra essere scomparso, e al massimo si discute di difetti di comunicazione da parte delle forze di governo a proposito del susseguirsi dei tanti DPCM. Ciononostante, questa concettualizzazione non è scomparsa, anzi sembra essere profondamente radicata.

Che cos’è una metafora concettuale.

            La teoria della metafora concettuale (CMT) è stata sviluppata nel 1980 da George Lakoff e Mark Johnson, due linguisti dell’Università della California a Berkeley. L’argomento centrale del loro libro Metafore e vita quotidiana[4]è che le metafore non sono soltanto un artificio retorico e non si trovano soltanto a livello linguistico, bensì sono i nostri stessi pensieri ad essere metaforici. Il nostro cervello ragiona in termini metaforici, associando due concetti apparentemente distanti, tramite un set di corrispondenze tra elementi diversi. Alla base di queste corrispondenze c’è l’esperienza: nella frase l’innalzamento delle temperature è chiaro che innalzamento significa aumento. La correlazione che esiste tra maggiore altezza e maggior quantità non è soltanto radicata nel linguaggio, ma anche nelle pratiche, al punto che quasi non ci facciamo più caso. Ad esempio, in quale posizione spaziale si colloca il tasto ‘+’ del volume rispetto al tasto ‘–’ su un telecomando, o sullo stereo della macchina? In “alto”, e non è un caso. La correlazione tra altezza e quantità è largamente condivisa e intuitiva, ed è motivata dalla metafora “Più è Su” (More Is Up), che a sua volta nasce dall’esperienza corporea di osservare, ad esempio, il livello dell’acqua aumentare verso l’alto all’interno di un bicchiere. Dunque, le metafore linguistiche sono soltanto una delle tante realizzazioni delle sottostanti metafore concettuali: alcune metafore possono essere realizzate nei gesti, a livello visivo, o nelle architetture dei templi[5].

            Una metafora si compone di due parti principali, che prendono il nome di domini semantici. Un dominio semantico è un insieme più o meno ampio di concetti collegati fra di loro. Ad esempio, nel dominio semantico dell’Amore ci sono concetti come coppia, relazione, sesso, felicità; per qualcuno magari anche matrimonio e figli. Ad esempio, la metafora L’Amore È Un Viaggio collega il dominio semantico del Viaggio a quello dell’Amore. Espressioni come “Ne abbiamo passate tante insieme”, “guarda quanta strada abbiamo fatto”, o anche espressioni meno felici come “la nostra relazione è arrivata a un bivio” sono motivate da questa metafora. Le corrispondenze che si formano fra i vari concetti nei due domini si chiamano mappings: agli amanti corrispondono i viaggiatori, alla relazione la strada percorsa, alle scelte i bivi. I due domini si distinguono in dominio di partenza (source domain), solitamente più concreto, e dominio di arrivo (target domain), solitamente più astratto.

A cosa servono le metafore

Grazie alla loro capacità di collegare un dominio concreto e uno astratto, le metafore sono indispensabili per aiutarci a comprendere la realtà che ci circonda, riportando spesso concetti difficili a esperienze più concrete di cui tutti abbiamo esperienza. Le metafore possono anche essere utilizzate dagli addetti alla comunicazione per dare una “prospettiva”, o una cornice, a un determinato concetto. Gran parte dei domini semantici possono essere metaforicamente associati a più di un dominio. Restando in tema di Amore, oltre a concettualizzarlo come Viaggio, possiamo collegarlo alla Vicinanza Fisica (es.: “ci siamo avvicinati molto nell’ultimo periodo”), ma anche alla Pazzia (es.: “mi fa impazzire!”). Se siete curiosi di trovare altri esempi (in inglese) potete dare un’occhiata alla Master Metaphor List[6], o al MetaNet Project[7]

Studiare e riconoscere le metafore è importante perché concettualizzazioni diverse dello stesso concetto possono portare a delle conseguenze diametralmente opposte. In uno studio del 2011, Paul Thibodeau e Lera Boroditsky[8] hanno effettuato una serie di esperimenti per verificare fino a che punto una metafora può influenzare la comprensione e le successive scelte di un individuo. I due ricercatori hanno chiesto a due gruppi di partecipanti di leggere due estratti di giornale che riportavano la notizia dell’aumento di casi di criminalità nella città di Addison. Nel primo testo il crimine era concettualizzato come una bestia feroce; nel secondo caso, il crimine era descritto come un virus. Una volta letti gli articoli, ai partecipanti è stato chiesto di proporre delle strategie per risolvere il problema della criminalità ad Addison. Il gruppo che aveva letto che “il crimine è una bestia feroce che devasta la città di Addison” ha proposto di perseguire i criminali, di rinchiuderli in carcere e di attuare misure più restrittive di controllo e sicurezza. Il gruppo che aveva letto invece che “il crimine è un virus che devasta la città di Addison” ha proposto di investigare le ragioni alla base della malattia, di attuare delle riforme sociali per sconfiggere la povertà e di migliorare il sistema scolastico. I ricercatori hanno poi manipolato le condizioni differenziando soltanto una parola tra i due testi (Esperimento 2), e addirittura sottoponendo ai due gruppi lo stesso testo effettuando un condizionamento semantico prima che iniziassero a leggere (Esperimento 3). In entrambi i casi, hanno replicato i risultati iniziali.

Perché la pandemia è una guerra?

Il lessico della medicina occidentale è essenzialmente strutturato sul lessico della guerra. Virus e batteri invadono il nostro corpo, e le difese immunitarie ci proteggono dall’aggressione di questi agenti patogeni, come osservava Paul Hodgkins[9]. Queste realizzazioni sono ancora più comuni in riferimento a patologie specifiche, come ad esempio il cancro. Molto spesso infatti si parla, e dunque si concettualizza, il cancro come una guerra da combattere, e nei casi più tristi il paziente perde la sua battaglia. Alcuni studiosi, tra cui Elena Semino[10], hanno però dimostrato che questa concettualizzazione può causare depressione e senso di colpa nei pazienti che perdono, come se non avessero combattuto con abbastanza veemenza le proprie battaglie. Secondo uno studio[11] del 2015, l’uso del linguaggio bellico sarebbe addirittura controproducente, scoraggiando l’adozione di misure di prevenzione.

Allo stesso tempo, è importante ricordare che l’uso di questa metafora ha anche dei lati positivi. Innanzitutto, è strutturata su uno schema largamente riconoscibile, sebbene per la gran parte dei cittadini europei la guerra fortunatamente è un fenomeno da libri di storia, o che si svolge oltre i confini. Inoltre la cornice della guerra crea uno scenario di emergenza, veicolando un senso di urgenza e ansia, molto utili per assicurarsi l’attenzione di un individuo e per preparare a richieste inusuali e talvolta estreme, come ad esempio l’isolamento. In ultimo, la retorica della guerra può anche creare sentimenti di solidarietà e comunità tra persone, che si ritrovano a combattere contro un nemico comune.

La pandemia di Covid-19 è stata fin dai primi momenti descritta come una guerra. Nel suo articolo comparso il 24 marzo 2020 su MicroMega[12], Fabrizio Battistelli analizza accuratamente e quasi filologicamente le occorrenze metaforiche de La Pandemia È Una Guerra, facendo risalire una delle sue prime attestazioni al 12 marzo, per bocca di Matteo Salvini[13]. La stessa metafora è stata poi ripresa da molti politici: il presidente della Regione Veneto Luca Zaia[14], per esempio, anticipando Emmanuel Macron[15] di qualche giorno, il 13 marzo 2020 ha dichiarato “siamo in guerra”, lo stesso ha fatto Giovanni Toti[16] (presidente della Regione Liguria, 12 marzo 2020), così come esperti[17] virologi.

Quali sono i mappings di questa metafora?

Da una parte c’è la Guerra, il nostro dominio di partenza, dall’altra la Pandemia, il dominio di arrivo. Per prima cosa, la guerra produce morti e feriti. Purtroppo, fa così anche la pandemia. Al momento in cui scrivo (gennaio 2021), Google riporta più di 80K morti in Italia dall’inizio della pandemia (circa 2M nel mondo). Lo scorso marzo, le giornate erano scandite dai bollettini medici diffusi dalla Protezione Civile, con il numero quotidiano dei morti, dei contagiati e dei guariti, che sembrava quasi il computo di morti, feriti e superstiti. L’unico termine in comune tra i due domini, come si vede, sono i morti.  Ci sono, però, anche molti guariti – molti superstiti – ma è difficile ricordarsene se la metafora dominante è quella della guerra. Normalmente, infatti, ci si chiede “quante persone sono morte durante la seconda guerra mondiale?”; sarebbe strano chiedersi “quante persone sono sopravvissute alla seconda guerra mondiale?”. Nel dominio semantico della guerra troviamo morte e distruzione, non vita e speranza.

Molto diffusa è la concettualizzazione del virus come un nemico. Le realizzazioni linguistiche di questa corrispondenza sono frequenti sin dall’inizio della pandemia, e continuano ad esserlo. Un esempio illustre è la dichiarazione del premier Giuseppe Conte del 25 marzo 2020: “combattiamo un nemico invisibile e insidioso”.  Da lì non ci si è più fermati.

Molto spesso la diffusione del virus viene illustrata, come è ovvio, attraverso una mappa. Questa realizzazione grafica è correlata spesso da espressioni come l’avanzata del virus, e si invita la popolazione a fermare la sua diffusione. Recentemente, una nuova variante del virus è stata isolata: le famigerate varianti inglese, sudafricana e brasiliana, e se ne tracciano gli spostamenti attraverso il mondo come fosse un esercito nemico che lentamente invade e occupa un territorio. Tra l’altro, il riferimento alla nazionalità della malattia sembra essere una costante nella storia umana. La sifilide era chiamata il morbillo francese in Inghilterra, la malattia inglese in Francia, la malattia napoletana a Firenze e via dicendo, di volta in volta cambiando appellativo in base ai pregiudizi e agli stereotipi di chi scriveva. La malattia causata dal virus H1N1 è notoriamente chiamata la spagnola, mentre negli anni ’80 l’HIV è stato chiamato la peste gay. Per questo l’OMS ha preferito un asettico acronimo: COronaVIrusDisease. aggiungendo l’anno della sua prima comparsa: (20)19. Ciononostante, ci sono stati episodi di razzismo nei confronti di persone appartenenti alla comunità cinese[18]. Con la comparsa di nuove varianti, gli scienziati cercano di trovare un sistema unico di nomenclatura, anche se per il momento si ritrovano in un caos onomastico[19].

In realtà, il virus non ha una nazione. Eppure, si è largamente ricorso alla retorica del nazionalismo durante questi mesi. In un primo momento, insieme agli arcobaleni sono comparse le bandiere italiane ai terrazzi dei balconi, e Il Corriere della Sera[20] ha addirittura allegato il tricolore ad alcune sue edizioni durante la primavera, con lo scopo di “tributare un omaggio all’impegno quotidiano che l’Italia e gli italiani stanno profondendo nella lotta contro il coronavirus”, come se effettivamente al virus importasse qualcosa della nazionalità delle vittime. Illuminante in tal senso la vignetta di Mauro Biani[21], in cui un coronavirus gigante chiede ingenuamente “cosa sono i confini?” a un uomo in giacca e cravatta che lo guarda dall’alto in basso. Con il passare dei mesi, sono comparse bandiere tricolore sulle mascherine dei politici (da Matteo Salvini a Luigi di Maio), e si sono diffuse tra la popolazione. Per coincidenza (forse) il colore delle mascherine con una bandiera tricolore, seppur piccola, è quasi sempre il nero.

In tempo di guerra, la popolazione civile può patire fame e carestie, e le scorte devono essere razionate. Dopo circa un anno dall’inizio della pandemia, non si sono più verificati episodi di assalto[22] ai supermercati in cerca di beni di prima necessità. La situazione era molto diversa a marzo 2020, quando il lievito di birra era diventato introvabile, e gli scaffali dei supermercati erano svuotati per paura di rimanere digiuni.

Negli ultimi mesi ci sono almeno due parole che rimandano in maniera più o meno diretta al lessico della guerra: coprifuoco e campagna vaccinale. In realtà, entrambe queste parole vengono usate più o meno correntemente anche al di fuori del discorso sulla pandemia, ma il loro significato è legato al lessico della guerra, e questo rafforza, talvolta inconsciamente l’idea che effettivamente siamo in guerra. La parola coprifuoco è un composto, in origine un calco dal francese couvre-feu, che si riferiva all’usanza medievale di coprire il fuoco nei camini con il calare della notte onde evitare incendi e al suono della campana che ne segnalava l’inizio. Per estensione poi il termine ha iniziato ad identificare anche il “divieto straordinario di uscire durante le ore serali e notturne imposto dall’autorità per motivi di ordine pubblico, in situazioni di emergenza”[23]. Era di uso comune anche negli ostelli della gioventù, per delineare un orario oltre il quale non era più possibile entrare. Sebbene la sua etimologia non sia esplicitamente legata al lessico della guerra, questa misura è stata ampiamente adottata durante la Seconda Guerra Mondiale: l’ultima volta che fu disposto in Italia era il 1943[24], lasciando un segno indelebile sulla sua connotazione.

Anche il termine campagna, inteso come “insieme di azioni volte a un determinato fine”[25] non ha un uso esclusivamente legato alla metafora della guerra: pensate a campagna elettorale, campagna pubblicitaria o campagna di scavi. Questo significato però si è sviluppato proprio in riferimento al lessico militare: in origine designava semplicemente un terreno aperto in cui era facile spostarsi per truppe e mezzi militari, fino ad arrivare a indicare un insieme di operazioni strategiche. Ciononostante, il suo utilizzo massiccio nella comunicazione della distribuzione delle dosi di vaccino alla popolazione continua ad alimentare un immaginario bellico al quale siamo ormai avvezzi da quasi un anno, senza nemmeno farci più caso.

Ci sono delle alternative?

            Ci sono sempre delle alternative. L’iniziativa #ReFrameCovid offre una nutrita schiera di metafore alternative a quella della guerra, sia linguistiche che visive. Alcune di queste hanno iniziato ad essere più frequenti anche in italiano: in autunno è arrivata la seconda ondata, mentre purtroppo siamo in attesa della terza. La concettualizzazione della pandemia come un’onda, o come una grande massa di acqua (si è parlato anche di tsunami[26]) è una delle tante alternative. Un’altra buona alternativa alla guerra, secondo la linguista Elena Semino, sarebbe la metafora del fuoco[27]. L’esempio più utilizzato in italiano è quello dei focolai, ma ci sono anche casi più complessi in cui il virus è il fuoco in un bosco[28], le cui braci possono sopirsi ma basta una folata di vento per riaccenderle e causare nuovi contagi. All’interno di questa metafora, gli addetti sanitari sarebbero pompieri e non militari in prima linea, mentre le misure di distanziamento fisico potrebbero essere, non so, degli spargifiamma. Perfino il coprifuoco potrebbe evocare un altro scenario.

            Ci sono molti modi per parlare di qualsiasi cosa, inclusa una pandemia. Il lessico della guerra ha certamente dei vantaggi, ma alla lunga può risultare controproducente. Ancora secondo Semino,  per parlare del cancro (ma lo stesso vale per la pandemia) ci si dovrebbe attrezzare con un “menu di metafore”[29] da cui scegliere di volta in volta; non soltanto per avere un lessico meno ripetitivo, ma soprattutto per non far diventare automatiche delle narrazioni che potrebbero diventare tossiche.


[1] https://www.altoadige.it/video/locale/così-siamo-diventati-eroi-restando-a-casa-sul-divano-lo-spot-anti-covid-del-governo-tedesco-1.2474002

[2] http://www.enl.auth.gr/tclr/BOA-15-7-2020.pdf

[3] https://sites.google.com/view/reframecovid/initiative

[4] Lakoff, G. & Johnson, M. 1980. Metaphors We Live By. Chicago: University of Chicago Press.

[5] Stec, K. & Sweetser. 2013. E. Borobudur and Chartres: Religious spaces as performative real-space blends, in R. Caballero & J. E. Díaz Vera (eds.), Sensuous Cognition. Berlin: Mouton de Gruyter.

[6] http://araw.mede.uic.edu/~alansz/metaphor/METAPHORLIST.pdf

[7] https://metanet.icsi.berkeley.edu/metanet/

[8] Thibodeau, PH & Boroditsky, L. 2011. Metaphors We Think With: The Role of Metaphor in Reasoning. PlosONE, https://doi.org/10.1371/journal.pone.0016782

[9] Hodgkin, P. 1985. Medicine is war: and other medical metaphors. In British Medical Journal, 291 (6511): 1820-21.

[10] Semino, E. 2008. Metaphors in Discourse, Cambridge: Cambridge University Press.

[11] Hauser, DJ & Schwarz N. 2014. The War on Prevention: Bellicose Cancer Metaphors Hurt (Some) Prevention Intentions. In Personality and Social Psychology Bulletin. https://doi.org/10.1177/0146167214557006

[12] Battistelli, F. Coronavirus: metafore di guerra e confusione di concetti. MicroMega, 24 marzo 2020.

[13] https://www.corriere.it/politica/20_marzo_12/coronavirus-salvini-presto-100o-morti-bollettino-guerra-d8b94f90-645b-11ea-90f7-c3419f46e6a5.shtml?refresh_ce-cp

[14] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/13/coronavirus-zaia-annuncia-il-piano-per-la-sanita-in-veneto-siamo-in-guerra-sospesi-tutti-gli-interventi-tranne-quelli-urgenti/5735912/

[15] https://www.lemonde.fr/politique/article/2020/03/17/nous-sommes-en-guerre-face-au-coronavirus-emmanuel-macron-sonne-la-mobilisation-generale_6033338_823448.html

[16] https://www.riviera24.it/2020/03/coronavirus-toti-siamo-un-paese-in-guerra-contro-il-virus-servono-rigore-e-serieta-619152/

[17] https://www.ilgiornale.it/news/cronache/coronavirus-ricciardi-guerra-e-durer-fino-allestate-1839736.html

[18] https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=81958

[19] https://www.nature.com/articles/d41586-021-00097-w

[20] https://www.corriere.it/cronache/20_aprile_06/nostro-tricolore-d-autore-voi-a10aaebc-7843-11ea-98b9-85d4a42f03ea.shtml

[21] http://maurobiani.it/tag/confini/

[22] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/25/coronavirus-lassalto-ai-supermercati-e-latavico-terrore-della-pancia-vuota/5716596/

[23] https://www.treccani.it/vocabolario/coprifuoco/

[24] https://www.ilriformista.it/coprifuoco-cosa-vuol-dire-e-perche-si-chiama-cosi-169673/?refresh_ce

[25] https://www.treccani.it/vocabolario/campagna/

[26] https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/coronavirus-ricciardi-primo-evitare-lo-tsunami

[27] http://cass.lancs.ac.uk/a-fire-raging-why-fire-metaphors-work-well-for-covid-19/

[28] https://www.azione.ch/societa/dettaglio/articolo/la-maratona-del-vaccino.html

[29] http://wp.lancs.ac.uk/melc/files/2019/10/Metaphor-Menu-for-People-Living-with-Cancer-A4-Leaflet.pdf

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