Dogtooth: Patriarcato, una danza ti seppellirà!

Immagine recensione Dogtooth

di Fabrizio Croce

Sinossi
In un’ imprecisata città della Grecia di metà anni duemila, all’interno di un’elegante villa con piscina e giardino, vivono tre fratelli, due ragazze e un ragazzo, e i loro genitori. Nessuno possiede un nome proprio e , a parte il padre che esce quotidianamente per andare a lavoro , agli altri membri della famiglia non è consentito uscire all’esterno ( il confine è delimitato dal cancello elettrico in giardino). All’interno della casa sono gli stessi genitori che si occupano dell’educazione dei figli ,ormai adulti anche se trattati come dei bambini , ma che trasmettono una visione distorta della realtà attraverso il linguaggio: i significati delle parole vengono stravolti o invertiti ( il sale diventa il telefono), il mondo fuori dalle mura casalinghe è raccontato come pieno di pericoli mortali e questo, insieme all’isolamento, permette al padre in particolare di mantenere controllo e potere sui ragazzi. Sarà l’ingresso di una presenza estranea al nucleo familiare, una donna chiamata dal padre per soddisfare le esigenze sessuali del figlio maschio, a introdurre un elemento che porterà alla rottura del sistema di manipolazioni e bugie costruito dai due genitori complici.

Commento L’idea di casa, per l’imprintig che abbiamo ricevuto fin da bambini, dovrebbe rimandare alla percezione di uno spazio caldo, sicuro, confortevole, da cui poter entrare ed uscire verso il mondo esterno , con un arricchimento che fa crescere , pur mantenendo radici e un’identità.
Fin dalle primissime inquadrature Dogtooth ( traduzione inglese dell’originale greco Kynodontas ,che ne evoca foneticamente assai meglio, almeno in Italiano, il significato, ovvero dente canino) ridefinisce quest’idea: la casa , pur essendo una grande villa circondata da un enorme giardino con piscina, ha un qualcosa di minaccioso nell’apparente asetticità e le prime persone al suo interno con cui entriamo in contatto visivo sono tre giovani adulti, un ragazzo e due ragazze, che si comportano come dei bambini, impegnati in un gioco infantile.

Lo sguardo del regista greco Yorgos Lanthimos si muove subito sul registro sovrapposto tra lucido realismo e tensione surrealista, per cui l’immagine , pur descrivendo un ambiente e una situazione che possiamo riconoscere, ci introduce ad un’altrove metaforico , un setting dentro al quale destrutturare il nocciolo fondamentale, costitutivo di ogni società: la famiglia tradizionale, con annessi tutti gli aggettivi e gli attribuiti del caso: conservatrice, patriarcale, eterodiretta. Dato un simile contesto , l’approccio di Lanthimos, autore in senso pieno visto che ha scritto e diretto il film, è al tempo stesso frontale, con uno stile fatto di inquadrature fisse e piani sequenza, e obliquo, con un racconto attraversato da un’inventiva sempre più sorprendente, tra commedia grottesca, thriller psicologico e , in fondo, anche dramma o meglio, viste le origini del suo realizzatore, tragedia sociale.
La famiglia , dicevamo, a cui poter applicare la stessa triade di aggettivi usati per la casa- calda, sicura, confortevole; e se pensiamo a quanto queste due parole casa/famiglia, sono accostate nel pensiero e nelle espressioni comuni, potrebbero essere usate in maniera quasi intercambiabile. Nel caso di Dogtooth , pur nel rovesciamento della prospettiva, questa identificazione si manifesta non solo nella presentazione dei tre fratelli in una dinamica che contraddice la loro età biologica, ma più evidentemente nei genitori : il padre appare come un signore della medio-alta borghesia , svolge un lavoro amministrativo ed incarna una regola e un modus operandi da psicopatico del controllo e della manipolazione; la moglie, dalla fisicità morbida e dall’atteggiamento remissivo, è sua complice nel mantenere ordinato e separato lo spazio della realtà da quello della perversione dei linguaggio e dei gesti.

Un microcosmo che porta al suo interno il retaggio storico/culturale di una società come quella greca e si fa metafora del Patriarcato millenario che ne ha regolato l’organizzazione: classismo, repressione e omologazione dell’individualità a favore della norma , rigidità nelle dinamiche familiari con il dominio assoluto delle figure maschili e il relegamento di quelle femminili in posizioni subalterne, assenza di dialettica per cui ogni informazione calata dall’alto viene data per certa e indiscutibile, il controllo messo in atto attraverso la paura e la violenza.
I “bambini” infatti , esattamente come padre e madre, non hanno nome o identità che non sia quella che li definisce come funzione all’interno del nucleo familiare, e il significato delle parole, la loro corrispondenza con il senso comune, è stravolto dagli adulti con una sfumatura sempre angosciante, cosi da poter generare nei figli terrore e spaesamento. Il sale diventa il telefono, uno zombie è un fiore, la fica un lampadario, e questa possibilità paradossalmente divertente e profondamente terrificante, l’ apparente onnipotenza della mente/ragione/padre, si estende non solo sulla semantica ma anche sull’ontologia di ciò che va a toccare : cosi l’aeroplano esiste solo nella forma di modellino/giocattolo e il gatto, da innocuo animale domestico, diventa il felino più feroce e predatore nei confronti dell’uomo, dunque da eliminare quando viene avvistato come accade nella scena più palesemente raccapricciante, in cui il figlio maschio ne uccide uno con le cesoie: l’immagine di quell’animaletto tranciato, dopo aver creato una suspense degna della caccia ad Alien ( per chi ricorda il film c’era di mezzo anche li un gattino, che però la scampava assieme all’eroina Ripley) è il segno tangibile di ogni rassicurante certezza crollata , di come tutto può diventare minaccia.

Eppure è quell’immagine ad inserire l’elemento che risulterà più sovversivo rispetto al sistema di oppressioni e mistificazioni di un patriarcato che affonda le sue radici nel Mito (Agamennone ed Edipo su tutti, uccisi e accecati dalla propria hybris): il corpo, fatto di carne e sangue, l’ultima e unica forma di resistenza.
La casa/famiglia/ gabbia viene aperta dal padre solo per soddisfare i bisogni fisiologici del figlio che in realtà ha superato da molto il tempo della pubertà e ha bisogno di un corpo femminile ( un’ addetta alla sicurezza dello stabilimento dove lavora l’uomo , che si prostituisce indolentemente per avere più soldi), ma sarà proprio questa trasgressione concessa rispetto all’esterno a innescare una bomba ad orologeria, fino alla deflagrazione. Il “corpo estraneo” della donna si incontra con quello della figlia più grande, e apre alla curiosità e al desiderio prima , attraverso la scoperta di una sessualità non normata , e a un vero e proprio immaginario alternativo poi, grazie al prestito di alcune videocassette di film hollywoodiani (date in cambio di un contatto erotico: desiderio x desiderio).
Se vogliamo , c’è anche un paradosso metalinguistico nel fatto che sia il cinema di narrazione americano , oltretutto di genere e di impatto commerciale (Rocky, lo squalo) a scardinare l’assetto costituito in un ‘opera debitrice di altri codici linguistici (Luis Bunuel e Michael Haneke i primi due “cattivi maestri” riconoscibili nella poetica di Lanthimos), ma se restiamo sul presupposto che per imparare una nuova lingua dobbiamo partire dall’ABC, l’acquisizione delle basi non può che passare per dei testi filmici più lineari e affabulatori , nonché assolutamente divertenti, come può essere un gran bel blockbuster dalle battute sentenziose.
La ragazza decide di farsi chiamare “Bruce” , che è il nome de lo squalo nel film di Steven Spielberg ,perché “la schiena è una parte del corpo, e non un nome” come spiega alla sorella più giovane che, seguendo lo schema del nonsense domestico, le consiglia come appellativo appunto “Schiena”; Nel frattempo il padre taglia brutalmente fuori la custode/prostituta colpevole di aver contaminato e maledetto i figli con lo svelamento del velo di Maya, la consapevolezza che tutto è rappresentazione e illusione o, parafrasando ancora la terminologia mitologico/sacra, un rito che continuamente (ri)genera e celebra lo status quo .
E nella famiglia di Dogtooth , fuori da un preciso riferimento spazio/temporale ( l’unico richiamo alla Grecia è il momento in cui il padre intona una canzone tradizionale mentre la figlia, ancella e schiava, in ginocchio, gli massaggia i piedi) , ogni evento diventa rituale e mitico: la scomparsa di un altro figlio maschio fuggito, che non vediamo mai, di cui il padre racconta la morte per opera di un gatto , presentandosi completamente sporco di sangue; l’evocazione della voce del nonno- in verità un disco di Frank Sinatra che canta Flying to the moon– che ricorda costantemente ai figli di come la casa sia l’unico luogo sicuro e amorevole; fino alla rappresentazione dell’incesto-violenza tra fratello e sorelle, una volta eliminata la presenza esterna dell’amante a pagamento.

Un rito barbaro , visto che la scena viene filmata come una violenza imposta dalla volontà ottusa del padre secondo cui il maschio può “scegliere” tra le due ragazze deprivate in ultimo anche dello loro identità corporea , ma che la figlia “Bruce” interromperà dissacrando quell’altare dell’inganno e dell’abuso.
Sarà lei l’artefice del suo destino, provocando il cambiamento fisico che, secondo la mistificazione paterna, avrebbe indicato il momento dell’ingresso nel mondo adulto e del superamento della soglia di casa, ovvero la caduta del canino , sinistro o destro che fosse. Il patriarca aguzzino senza volerlo le suggerisce che la chiave è nel corpo e Bruce restituisce al mittente l’indiretta rivelazione , trovando in una performance la risposta creativa alla paura e alla coercizione: quando trasforma il mesto balletto, in coppia con la sorella e accompagnata alla chitarra dal fratello, nella scatenata , liberatoria, affermativa danza di Jennifer Beals in Flashdance ( una coreografia che parla all’immaginario di tutti) , una vibrazione ci scuote e ci esalta perché ci troviamo di fronte all’opportunità di rompere lo schema-rito-convenzione dall’interno, battendolo sul terreno dell’audacia e del coraggio, e non della rimozione e della fuga.
Attraverso l’immaginario cinematografico dunque, la donna, la più reietta e violabile secondo l’ordine verticale della società patriarcale, acquisisce gli strumenti per sottrarsi alla sottomissione e tentare una fuga che mette in crisi , e genera un’ opportunità di cambiamento, in un sistema pietrificato, immutabile, annunciandone la decadenza.

Bruce non aspetta vanamente che il canino cada , ma se lo spacca da sola , nel segno del sangue non più come sacrificio di Ifigenia in Aulide e non solo come riscatto di Antigone per il fratello morto (a cui, anche qui, è negata sepoltura); si getta nel flusso del presente, dove c’è contaminazione e trasformazione, non più filtrata da una messa in scena o , appunto , da una ritualità.
Come Jim Carrey in The Truman Show sceglie di attraversare la porticina nera in mezzo al cielo di cartone , anche se in questo caso il passaggio è nel bagagliaio di una macchina.
Non è dato sapere cosa le accadrà, perché Lanthimos si ferma un attimo prima, ma la visione di ciò che si lascia dietro le spalle, un mondo al tramonto che abbaia contro se stesso , prelude forse all’incipit di un’altra storia.

Welcome to the new age.

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