SportelloDonna

di Rossana Pavoni Gallo

Articolo-Intervista alla cooperativa BeFree nella persona della Dott.sa Carmen Carbonaro, psicoterapeuta, socia fondatrice di BeFree, docente su violenza di genere, coordinatrice del CAV (Centro Anti Violenza) I-Dea di Maccarese e operatrice dello Sportello-Donna dentro il Pronto Soccorso dell’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma.

Quasi unico nel suo genere, questo Sportello per donne vittime di violenza ha la particolarità di operare dentro di un Ospedale della capitale, essendo assente come opzione in altri a livello nazionale, nonostante l’importanza del tema, la gravità delle situazioni, il numero crescente di casi e la possibilità di intercettarli in momenti delicati e fondamentali.

BeFree è una cooperativa sociale che lavora contro la tratta, le violenze di genere e le discriminazioni. Nasce nel febbraio 2007 per volontà di un gruppo di operatrici con grande esperienza nell’accoglienza e nel  sostegno  a  vittime  di  soprusi,  abusi,  maltrattamenti,  traffico  di  esseri  umani,  violazioni  dei  diritti umani. Queste tematiche sono analizzate ed affrontate in tutti i loro aspetti e complessità nel contesto del sistema culturale, legale ed etico che le genera e le rafforza. Gli interventi e le attività di BeFree sono in ottica di genere. Gestisce almeno 12 CAV e case-rifugio nel Lazio, Molise e Abruzzo.

Ci racconti quando e come è nato questo Sportello nel contesto italiano?

Nel 2009 la nostra cooperativa ha partecipato e vinto il Bando “Avviso per il Finanziamento di progetti pilota di formazione degli operatori sanitari sulla  prima  assistenza alle vittime  di  violenza  di  genere  e stalking” del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei MinistriDa lì  in poi lo SPORTELLO-DONNA H24 diventa frutto dell’esperienza di BeFree dentro del Pronto Soccorso (PS) Generale di AOSCF (Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini) e anno dopo anno abbiamo costruito metodologie specifiche per l’approccio alle vittime di violenza di genere in emergenza. Tutto è stato condiviso ed affinato con il personale del PS e altri reparti dell’Ospedale, in un corso di formazione che ha coinvolto oltre 100 persone dal 2012 al 2013.   Siamo state parte attiva di tutti i Corsi  ECM 1 dell’AOSCF  sulla  violenza  di  genere,  e  gli  invii  sono  stati  sempre  più   numerosi  a SPORTELLO-DONNA, sia dal Pronto Soccorso che dai reparti Ginecologico, Pediatrico e Psichiatrico.

Qual’é l’importanza di avere un servizio con queste caratteristiche dentro un ospedale?

Il servizio sanitario pubblico è l’istituzione più adeguata ad intercettare le donne che subiscono violenza di genere. Ricorrono a molte più visite mediche rispetto alle altre, soffrono di disturbi del sonno nel 41% dei casi, ansia nel 36,9%, depressione nel 35,1%, dolori ricorrenti nel 18,5%. Si rivolgono con più frequenza al PS rispetto ai consultori medici, ai servizi sociali, alla Polizia ed ai servizi di volontariato. Avere una diagnosi precoce e l’identificazione di manifestazioni cliniche ci permette un punto di partenza per cercare di arginare questo fenomeno.2 La nostra esperienza ci dice che esiste una forte difficoltà nelle vittime a relazionarsi con fiducia con gli operatori sanitari e non si aspettano risposte, soprattutto in situazioni di emergenza. La violenza familiare è percepita da queste donne non come reato, ma come un problema relazionale e affettivo del quale si sentono responsabili o colpevoli e  provano  vergogna.  “Purtroppo  diventa  difficile,  nei  pronto  soccorso  ospedalieri,  nel  caos,  in  cui  ci troviamo, trovare il modo di ascoltare, sembra impossibile trovare come curare con attenzione le “ferite nascoste“; eppure è indispensabile. Dalla nostra capacità di capire dipende la decisione della donna di aprirsi, cercare di uscire dal vortice della violenza, e denunciare.3 Molti operatori sanitari dichiarano di non aver quasi mai incontrato donne vittime di violenze, correggendo questa convinzione dopo i corsi ECM specifici di formazione, dove scoprono gli elementi per conoscere il fenomeno e saper interpretare cause, conseguenze e indicatori. “Sono molte le donne vittime di violenza che raccontano spesso, come il personale sanitario, anche infermieristico, non ha saputo vedere oltre quel riserbo, la paura, la vergogna, i silenzi che urlavano giustizia, e in molti casi hanno giudicato.”4

Quindi avete messo a punto un formato specifico per questo setting?

Si, di fatto è un format definito anche se flessibile, teniamo conto della specificità̀ del luogo dell’incontro quindi attraverso dei parametri appositamente pensati e validati. E’ necessaria un’accoglienza con l’ottica di genere, come raccomandano le convenzioni internazionali e le leggi nazionali, senza sovrapporsi alle prestazioni sanitarie, ma lavorando in sinergia con gli operatori sanitari senza aggiungergli l’incombenza di essere competenti nell’accogliere le donne vittime di violenza.

Come funziona oggi lo Sportello?

Le donne che arrivano al PS Generale o al PS ostetrico-ginecologico vengono prese in carico dagli operatori del Triage, che intercettano nella prima accoglienza la potenziale o dichiarata vittima di violenza domestica, sessuale, in gravidanza, o stalking. Hanno a disposizione come guida una check-list sulla violenza di genere e sulla violenza sessuale elaborata dall’Ospedale e viene proposto in modo non intrusivo alle probabili vittime la possibilità di incontrarci nel nostro SPORTELLO-DONNA-H24. L’utente può recarsi da sola (il servizio è molto vicino all’entrata generale), oppure veniamo avvistate e arriviamo dove si trovi la donna sottoposta alle cure mediche quando le sue condizioni lo richiedono.

I minori che arrivano al PS Pediatrico nei casi di violenza o abusi sono anch’essi assistiti da noi insieme al Tribunale per i Minorenni, rispettando le norme per il consenso informato dei genitori. Inoltre siamo disponibili per i casi che ci vengono segnalati da altri reparti ospedalieri.

La nostra assistenza è completamente gratuita per tutte, italiane e straniere, con o senza permesso di soggiorno, queste ultime inserite nei processi di regolarizzazione previsti dalla legge.5

Sia le donne che i minori arrivano spesso accompagnati dal partner o dal padre autore delle violenze, quindi è necessaria la possibilità di un intervento immediato delle Forze dell’Ordine, seguendo i protocolli in particolare con le sedi vicine all’Ospedale. Noi di BeFree, grazie alle formazioni rivolte ai Carabinieri ed alla Polizia, abbiamo creato una architettura di relazioni significative con le Stazioni dei Carabinieri ed i Commissariati competenti. Possiamo contare anche sul Servizio di Vigilanza privata dell’Ospedale, per aumentare i livelli di sicurezza personale delle vittime di violenza. Qui c’è da sottolineare che la denuncia scatta d’ufficio solo in caso di prognosi superiore ai 21 giorni, per capire quanto sia a volte difficile che le donne denuncino l’aggressore e come la denuncia sia spesso il punto di arrivo dopo un percorso doloroso ma necessario.

Come raccontare un primo approccio in questo contesto e qual’è la risposta?

Lavoriamo nell’acuzie del loro problema di salute, che corrisponde all’acuzie della loro situazione affettiva, familiare e personale, quindi diamo molto valore al tempo che lei é in Ospedale perché è il terreno di conoscenza, di condivisione, senza procurarle ansie ulteriori né aggiungere stress allo stress. Ascoltiamo ciò che ha bisogno di esternare e la accompagnamo anche nel silenzio empatico. Le raccontiamo chi siamo e cosa facciamo. Eventualmente le presentiamo dei percorsi percorribili di fuoriuscita dalla situazione di violenza che potrà scegliere in seguito. La informiamo della possibilità di accompagnamento e organizzazione di altri colloqui futuri fuori dall’Ospedale con noi in diversi CAV e con altri servizi di Be Free, sempre gratuiti, come la consulenza legale delle avvocate, le soluzioni alloggiativi, anche in altre Regioni per situazioni particolarmente gravi, ed inoltre la rete con i Servizi Sociali, i Servizi Sanitari e le Forze dell’Ordine territoriali di pertinenza, nonché con la rete dei Centri Antiviolenza.

Nella nostra esperienza la percentuale delle donne che accetta il percorso proposto è  del 75%; tra  loro, il 35% sporge formale denuncia-querela e incardina procedimenti presso i Tribunali Penale, Civile e per i Minorenni, quintuplicando la media nazionale del 7% di chi aderisce ai percorsi giudiziari.

Qual’è la differenza sostanziale del servizio di questo Sportello rispetto ai CAV?

Chi arriva allo SPORTELLO-DONNA non sono, nella stragrande maggioranza, nella stessa condizione di chi si avvicina ai Centri Antiviolenza (CAV). A differenza di loro, non hanno ancora considerato la necessità o la possibilità di intraprendere un percorso di allontanamento dalla situazione vissuta. Vengono a chiedere cure mediche dopo l’episodio appena avvenuto ed il più delle volte non desiderano renderne note le circostanze. Infatti, la possibilità che viene  offerta  le  coglie  di  sorpresa,  provocando un sentimento di conforto e rassicurazione. Che un ospedale importante prenda in considerazione il problema della violenza contro di loro, al punto di offrire un servizio specifico, le solleva dalla sensazione fortissima che le accomuna, di essere responsabili o colpevoli della sopraffazione che subiscono, aiutandole a considerare la complessità del fenomeno, che è sociale, politico e culturale.

Quali sono le caratteristiche principali del supporto che offrite?

Ciò che chiamiamo la Mission dello sportello è offrire un primo incontro con le opportunità disponibili in maniera empatica, non invasiva né giudicante. Non ci sostituiamo alla volontà e alla determinazione della donna. Con rispetto, evitando atteggiamenti etero-direttivi ci teniamo a non ri-vittimizzarla. Non si standardizza la sua vicenda. Crediamo in un atteggiamento collaborativo proponendole di co-costruire un possibile progetto di allontanamento dalla sua situazione, prendendo in esame ogni aspetto. Siamo  consapevoli  della  complessità  della  sua  condizione.  Ha  forse  appena  intravisto  un percorso di autotutela, e, per cominciare, deve accettare di   autodefinirsi “vittima di violenza da parte del partner”, proprio da parte della persona che lei ha scelto, ha amato e sovente ancora ama. I tempi per accogliere questa possibilità sono molto brevi e le procedure del Triage possono far sembrare che l’iter sanitario sia più urgente dell’iter psicosociale e legale proposto da noi. Per questo, la affianchiamo in tutte le fasi dello screening sanitario, cercando di alleggerire l’attesa e tramutare quel tempo morto in un tempo di conoscenza e scambio. Questa modalità le aiuta a non rinunciare all’opportunità di cominciare un percorso nella lunga attesa prima di essere visitata. L’affollamento del PS e le tempistiche per i pazienti non in codice rosso diventando in qualche modo un alibi e possono portare alla rinuncia di un percorso necessario ma impegnativo. La nostra presenza e attenzione a lei, determina la consapevolezza di poter contare su un contesto amicale e strutturato di accoglienza placando le comprensibili ansie.

E nei casi di violenza sessuale?

Qui il nostro affiancamento si rivela cogente: il suo stato d’animo è di spavento e confusion, e di solito necessita una guida nei diversi screening per capire la funzione dei prelievi e delle indagini sanitarie del Kit Antiviolenza predisposto (foto, vetrini, tamponi, vestiti, misure).

Chi lavora in questo Sportello e come?

Ci lavorano le Operatrici Antiviolenza con contratto che hanno, non solo superato la formazione ed il tirocinio ideato e condotto dalla Cooperativa, ma che nella maggior parte dei casi sono anch’esse formatrici e hanno una vasta esperienza sul campo alle spalle, oltre ad avere dei curriculum professionali su diverse specialità e attività affini. Spesso affiancate dalle tirocinanti che frequentano i corsi di BeFree.

E’ consolidata la vostra permanenza? Com’è la relazione istituzionale, i fondi e il finanziamento?

Purtroppo no. Va a bando ogni 2 anni. Nonostante la storia dello Sportello Donna abbia già più di 10 anni di vita, il suo servizio non è stato sempre lineare e costante dovuto soprattutto, alla mancanza di una fonte di finanziamento permanente nel tempo. Ci sono stati momenti in cui il lavoro è stato svolto volontariamente per non mancare alla richiesta ed alla continuità del servizio, ma la situazione diventava a volte insostenibile per l’impegno che comporta avere uno sportello di questo genere aperto 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, tutto l’anno. Ci sono stati periodi in cui si è potuto ottenere dei finanziamenti privati per poter far fronte alla carenza di fondi istituzionali, ma anche questi hanno avuto una durata determinata. Il primo bando è stato fatto dall’ospedale.

Parliamo della situazione di violenza di genere durante il lockdown e il lavoro dello Sportello Donna ed altri CAV durante questo particolare periodo.

I primi giorni di marzo quando è scattato il Dpcm 6 abbiamo avuto un calo di telefonate di donne che per la prima volta chiamavano un CAV. Dal 20 marzo c’è stata una ripresa pari al 50% in più rispetto a marzo 2019. Abbiamo gestiti i contatti richiesti telefonicamente, via skype, zoom, mail e tutti i canali possibili per raggiungere e agevolare quante più donne possibili. Le situazioni peggioravano per la grande diminuzione di mobilità possibile, accentuando la quantità di episodi, l’intensità di essi e l’aumentata difficoltà a poter chiedere aiuto essendo controllate ancora più del solito.

Il nostro ufficio legale punta molto sulle richieste di misure di allontanamento del maltrattante dalla casa coniugale e che non sia la donna a doverlo fare. Dove non è possibile né immediato, in casi estremi contiamo sul servizio di case-rifugio di accoglienza e di alcuni centri occasionali di supporto. Ma l’emergenza Covid-19 si è sommata ad una difficoltà di trovare posti di accoglienza che è atavica nel contesto italiano: abbiamo un decimo dei posti previsti dal Consiglio d’Europa per donne che ne hanno bisogno, ed i centri non specificatamente adibiti hanno sospeso le accoglienze per i contagi. Un progetto temporaneo finanziato dalla Fondazione Haiku ci ha dato la possibilità di accogliere in residence 14 donne con necessità di allontanarsi da casa. Abbiamo supportato queste strutture non preparate per questo tipo di accoglienza e ci siamo recate per fare i colloqui e dare sostegno in diverse forme. Non si tratta solo di dare vitto e alloggio, ma di iniziare un processo di elaborazione della violenza subita e un sostegno psico-emotivo per favorire l’empowerment nell’uscita da queste situazioni.

Come valutate oggi questa esperienza e cosa cambieresti di questo progetto?

Senza dubbi, la valutazione generale è molto positiva nonostante tutti gli impedimenti e ostacoli trovati. La professionalità, l’esperienza e l’efficacia nell’aiuto, supporto e seguito è stato in crescendo. La cosa prioritaria sarebbe esigere l’istituzionalizzazione della presenza di sportelli come questo all’interno di tutti gli ospedali.

Secondo gli ultimi dati ISTAT del 2018 in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) della Presidenza del Consiglio e le Regioni i CAV aderenti all’Intesa Stato–Regioni sono 302.
Le donne rivolte ai CAV annualmente sono 53.223 in media di cui 30,057 hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza, e sono in netto aumento.
Il 63% dei queste donne ha figli.
Le donne straniere sono il 28%.
I servizi offerti più frequenti sono: ascolto e accoglienza, orientamento e accompagnamento ad altri servizi della rete territoriale, supporto legale, consulenza psicologica, orientamento lavorativo, sostegno all’autonomia.
I centri sono aperti 5 giorni a settimana 8 ore al giorno con una reperibilità di 24 ore.
Il numero verde nazionale è il 1522 al quale sono collegati il 95% dei CAV.
Le case rifugio attive in Italia sono 275 con 8 posti letto di media ciascuna. La permanenza varia da pochi giorni a due anni. Le donne ospitate nel 2018 sono state 1.940, di cui il 62,1% sono straniere.
Le operatrici che lavorano nei CAV sono 1.997, 1.292 sono retribuite e 705 volontarie.
Hanno ricevuto un finanziamento pubblico 255 centri, 58 invece finanziamenti privati, e 6 finanziamenti per progetti UE.
Al termine di questo articolo (fine ottobre 2020) lo Sportello Donna del San Camillo è stato nuovamente chiuso per l’emergenza COVID-19.

  1. Educazione continua in medicina (ECM) è un programma nazionale di attività formative, attivo in Italia dal 2002. Prevede il mantenimento di un elevato livello di conoscenze relative alla teoria, pratica e comunicazione in campo sanitario.
  2. http:// OSSERVATORIO NAZIONALE SULLA SALUTE DELLE DONNE O.N.DA www.ondaosservatorio.it/ondauploads/2015/02/ Comunicato-stampa-Violenza-FBF.pdf
  3. http://www.infermieristicamente.it/articolo/4930/la-violenza-sulle-donne-il-ruolo-degli-operatori-sanitari
  4. Ibidem
  5. In particolare dall’art.18bis T.U. 40 sull’Immigrazione introdotto dalla Legge 119/2013, cosiddetto decreto femminicidio.

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